HEIDEGGER, SARTRE: filosofia dell'esistenza
Martin Heidegger nacque nel 1889 a Messkirch, in Germania. Dopo il liceo, cercò di entrare nell'ordine dei Gesuiti, ma dovette rinunciare per motivi di salute. Si iscrisse allora all’Università di Friburgo, dove studiò teologia e poi scienze.
La lettura di Brentano e Husserl lo avvicinò alla filosofia. Nel 1913 ottenne il dottorato con una tesi sul giudizio nello psicologismo. Continuò la carriera accademica con uno studio su Duns Scoto, che gli diede la libera docenza nel 1915.Dal 1916 fu allievo di Husserl, poi suo assistente. Nel 1923 divenne professore all’Università di Marburgo, dove insegnò fino al 1928. Lì sviluppò una propria visione filosofica, distaccandosi da Husserl. Nel 1927 pubblicò la sua opera più famosa: "Essere e tempo".
A Marburgo formò un gruppo di allievi importanti, tra cui Gadamer, Löwith e Hannah Arendt, con cui ebbe anche una relazione sentimentale.
Nel 1933 aderì al Partito nazista e fu nominato rettore dell’Università di Friburgo. In un discorso sostenne il ruolo dell’università nella rinascita della Germania sotto Hitler. Appoggiò temporaneamente il regime, ma nel 1934 si dimise da rettore per non dover espellere due professori contrari al nazismo.
Dopo di allora si ritirò dalla politica e si dedicò solo alla filosofia e all'insegnamento.
Negli anni Trenta, Heidegger maturò una svolta nel suo pensiero (la Kehre), abbandonando i temi esistenzialistici e antropologici a favore di quelli ontologici. Uno dei primi testi che testimoniano questo cambiamento è la Lettera sull’umanismo del 1947, dove Heidegger prende le distanze dall’umanismo di Sartre e rifiuta l’etichetta di esistenzialista.
Nel 1946 le autorità francesi gli impedirono di insegnare, attività che poté riprendere solo nel 1950-1951, inizialmente con seminari privati e poi ufficialmente all’Università di Friburgo. Da quel momento iniziò la pubblicazione di molti suoi scritti, basati spesso su lezioni e conferenze.
Nel 1955 si ritirò dall’insegnamento e visse nella sua baita nella Foresta Nera, partecipando solo occasionalmente a incontri. Morì a Friburgo nel 1976 e fu sepolto a Messkirch.
1. HEIDEGGER E IL PROBLEMA DELL'"ESSERECI"
Heidegger parte dalla filosofia di Husserl, soprattutto dall’idea che la coscienza sia sempre intenzionale, cioè sempre rivolta verso qualcosa. Tuttavia, si distacca da Husserl perché ritiene che la fenomenologia non basti per comprendere pienamente l’esistenza umana, poiché è troppo concentrata sulla conoscenza e sulla coscienza “pura”.
Heidegger sposta l’attenzione dall’analisi della coscienza a quella dell’esistenza concreta dell’uomo nel mondo. L’uomo non è un soggetto astratto, ma è immerso nella realtà, coinvolto nella vita di tutti i giorni.
Secondo Heidegger, il compito della filosofia è capire che cos’è l’essere. Ma questa domanda è diversa da altre domande (come “che cos’è un albero?”), perché l’essere non è una “cosa” che si può definire. L’essere è ciò che rende possibile qualsiasi definizione, è lo sfondo su cui appaiono tutte le cose.
Quindi, la filosofia non deve cercare di definire l’essere, ma di chiarirne il senso.
La filosofia di Heidegger è spesso vista come il punto di partenza delle filosofie esistenzialiste, perché nella prima fase del suo pensiero si concentra sull’uomo e sulla sua esistenza. Tuttavia, come sottolineato dalla critica, questo interesse per l’esistenza è solo preparatorio rispetto al vero obiettivo di Heidegger: la ricerca sul senso dell’essere (ontologia).
La famosa “svolta” nel pensiero di Heidegger non è un cambiamento di tema (l’essere resta sempre al centro), ma un cambio di prospettiva:
PRIMA FASE (fino a Essere e tempo, 1927): Heidegger cerca di capire l’essere partendo dall’uomo e dalla sua esistenza concreta (questa è l’“analitica esistenziale”).
SECONDA FASE (dal dopoguerra in poi): Heidegger affronta il problema dell’essere in modo più diretto e astratto, senza passare per l’uomo. In questa fase si interessa a temi come il linguaggio, l’arte, la tecnica, il nichilismo e adotta un atteggiamento spesso antropocentrico (cioè non più centrato sull’uomo).
Secondo il filosofo, l’uomo ha un modo di esistere completamente diverso da quello delle cose. Non è un semplice oggetto tra gli altri, ma un essere che si interroga sul proprio essere. Heidegger lo chiama Dasein, che in italiano si traduce con “ESSERCI”.
Questo termine indica che l’uomo è sempre dentro una situazione concreta, nella quale è “gettato” fin dalla nascita (famiglia, cultura, epoca storica). Tuttavia, non è bloccato in questa condizione: ha la capacità di trascendere la propria situazione, cioè di progettare sé stesso e decidere che tipo di persona diventare. L’uomo è quindi libertà e possibilità, ma questa libertà comporta anche responsabilità: ogni scelta porta con sé il rischio del fallimento.
Diversamente dagli oggetti (che sono sempre uguali a sé stessi), l’essere umano non è mai qualcosa di definitivo, ma si costruisce continuamente nel tempo, attraverso le sue scelte. È un essere aperto al futuro, che vive nella tensione tra ciò che è e ciò che potrebbe diventare.
Un’altra idea centrale di Heidegger è quella di “essere-nel-mondo”. L’uomo non è un soggetto isolato che guarda il mondo da fuori, ma vive sempre immerso in esso, in relazione con cose e persone. A differenza del filosofo Husserl, che vedeva il rapporto tra soggetto e oggetto come un fatto solo conoscitivo, Heidegger lo considera esistenziale e pratico.
Nel vivere quotidiano, le cose non ci appaiono come oggetti neutri, ma come strumenti utili per i nostri scopi (ad esempio, un martello è qualcosa “per martellare”, non solo un oggetto da osservare). Questo significa che il mondo ha senso solo in relazione all’uomo: è un “mondo-per-l’uomo” e non una realtà separata e indipendente.
Per Heidegger, alla base di ogni esperienza e conoscenza c’è dunque un legame profondo e inscindibile tra l’uomo e il mondo, che si chiarisce proprio a partire dalla nostra vita concreta e quotidiana.
Heidegger sostiene che il modo fondamentale con cui l’essere umano (che lui chiama esserci) vive nel mondo è attraverso la COMPRENSIONE e la CURA.
Alla base di questa visione c’è l’idea che il mondo non è fatto di oggetti isolati, ma di una rete di strumenti collegati tra loro: ad esempio, un chiodo ha senso solo in relazione al martello, al legno, alla costruzione che vogliamo realizzare. Ogni cosa "rimanda" ad altre e riceve significato solo dentro questo insieme.
Questa rete di rimandi è simile al linguaggio: ogni oggetto è come un segno, che ha senso solo in un contesto di significati. Così, l'uomo non si limita a usare le cose, ma le interpreta, perché ha già una pre-comprensione del mondo, cioè idee e conoscenze che gli permettono di dare senso alle cose.
Questa interpretazione avviene in modo circolare: si parte da una comprensione generale, che guida la lettura dei singoli elementi, i quali a loro volta modificano e arricchiscono quella comprensione iniziale. È quello che Heidegger chiama circolo ermeneutico.
In sintesi, per Heidegger la conoscenza non è un processo freddo e oggettivo (come nel positivismo), né pura astrazione (come nell’idealismo), ma un continuo interpretare il mondo a partire dalle nostre esperienze, che si trasforma man mano che entriamo in relazione con le cose.
Secondo Heidegger, l’uomo è già da sempre immerso nel mondo, in mezzo alle cose e agli altri. Non è solo un essere razionale, ma anche emotivo e pratico, che vive scegliendo e agendo in base ai suoi bisogni.
La sua esistenza è segnata da un continuo "prendersi cura" del mondo: le cose acquistano significato perché l’uomo le usa per i suoi scopi e progetti futuri. Questa capacità di progettare può essere vissuta in due modi:
-IN MODO AUTENTICO: quando l’uomo accetta responsabilmente la propria libertà e costruisce la propria vita in modo consapevole.
-IN MODO INAUTENTICO: quando si lascia trascinare dalla massa, adattandosi passivamente al pensiero comune e al contesto in cui è nato, senza scegliere davvero chi vuole essere.
Nella vita quotidiana, spesso l’uomo vive in modo inautentico: non pensa con la propria testa, ma si adegua a quello che "si dice", "si fa", "si pensa". Questo porta a una banalizzazione dell’esistenza, dove si perde il senso profondo del vivere e ci si accontenta di una curiosità superficiale invece della vera ricerca della conoscenza, come facevano gli antichi filosofi.
Secondo Heidegger, l’uomo può accedere a un’esistenza autentica quando prende coscienza della propria libertà e della propria finitezza. Questo avviene attraverso un particolare stato d’animo: l’angoscia.
L'ANGOSCIA non è come la paura, che ha sempre un oggetto preciso (es. ho paura di un cane).
Al contrario, l’angoscia non ha un oggetto, ed è un sentimento più profondo e radicale.
Essa nasce quando l’uomo si accorge che il mondo, le cose e i suoi progetti non hanno un fondamento solido: tutto può venire meno.
Heidegger parla della “possibile impossibilità di tutte le possibilità”, cioè la consapevolezza che tutto ciò che l’uomo può fare o diventare potrebbe non realizzarsi.
Questo porta l’uomo a confrontarsi con il “nulla”, cioè con l’idea che la sua esistenza non ha una base fissa o certa, e che è destinato a morire.
Ma proprio questo confronto con il nulla e la morte può risvegliarlo e fargli capire che deve scegliere da solo chi vuole essere: ecco il passaggio all’esistenza autentica.
Gli uomini di solito evitano di pensare alla morte, ma per Heidegger la morte è la possibilità più personale e certa che abbiamo. Non è solo la fine della vita, ma è ciò che può dare senso alla vita stessa.
Quando ci rendiamo conto della morte, smettiamo di vivere passivamente, come molti fanno nella routine quotidiana, e cominciamo a prendere responsabilità per la nostra vita.
Di fronte alla morte e all’angoscia che questa provoca, l’uomo ha due scelte:
1. ESISTENZA AUTENTICA, accettando la propria finitezza e il fatto che le possibilità della vita sono limitate e mai definitive.
2. INAUTENTICITA', continuando a vivere come se niente fosse, senza affrontare il vero senso della vita.
Solo chi anticipa la morte, cioè riconosce di essere un “essere-per-la-morte” (limitato e destinato a morire), può evitare di perdersi nella banalità e dare vero valore alle proprie scelte.
Vivere autenticamente significa essere consapevoli che la vita è limitata, e quindi prendere decisioni importanti e definitive, senza illusioni.
Chi vive con questa consapevolezza ascolta la propria coscienza, che gli ricorda che non è una cosa qualunque, ma un essere che deve scegliere e decidere il proprio modo di vivere.
In definitiva, pensare alla morte è fondamentale perché ci permette di tornare a noi stessi e di riflettere sulla domanda più importante della filosofia: “Che cos’è l’essere?”
Per Heidegger, vivere nel tempo è fondamentale per l’uomo: non possiamo esistere "senza tempo", perché ogni nostra azione o esperienza avviene nel tempo.
Le strutture fondamentali dell’esserci (cioè dell’essere umano) sono legate a diverse dimensioni temporali:
IL FUTURO: è il luogo della progettualità, dove l’uomo progetta e dà senso alle cose.
IL PRESENTE: nell’esistenza inautentica, l’uomo rimane bloccato in un presente anonimo e alienato, senza scegliere davvero.
IL PASSATO: legato alla nostra condizione di "gettatezza" e al fatto che siamo nati in un contesto già dato.
Heidegger parla quindi della temporalità come senso dell’essere umano.
Tuttavia, la sua opera principale Essere e tempo rimane incompleta nella parte dedicata al rapporto tra tempo ed essere, perché egli sentiva che il linguaggio e i concetti disponibili allora non riuscivano a esprimere pienamente le sue nuove intuizioni.
Questa difficoltà segna il passaggio a una nuova fase del suo pensiero, più profonda e complessa, che va oltre la filosofia tradizionale.
2. HEIDEGGER E LA QESTIONE ONTOLOGICA
I critici fanno risalire la “svolta” del pensiero di Heidegger a uno scritto del 1937, "Hölderlin e l’essenza della poesia". In questo periodo, Heidegger si distacca dalla filosofia occidentale tradizionale, che secondo lui ha sempre commesso un errore fondamentale: cercare di capire l’essere partendo dagli enti (cioè dalle cose concrete, come Dio, l’uomo, la natura, ecc.).
Anche lui, inizialmente, aveva cercato di capire l’essere partendo dall’uomo (nell’analitica esistenziale di Essere e tempo), ma si rende conto che questa strada non funziona.
Per Heidegger, la filosofia occidentale ha dimenticato l’essere, riducendolo a qualcosa di presente, stabile, definibile, come un “ente supremo”. Invece, bisogna rispettare la “differenza ontologica”, cioè la distinzione tra essere ed ente: l’essere non è una cosa, ma ciò che permette agli enti di apparire.
Superare la metafisica significa abbandonare il modo tradizionale di pensare e parlare, perché il linguaggio stesso è legato alla metafisica. Heidegger capisce che serve un nuovo modo di pensare e parlare, capace di esprimere l’essere nella sua alterità: qualcosa che trascende e non si può ridurre a oggetto o concetto.
Per uscire dalla filosofia metafisica tradizionale, Heidegger riflette su alcune categorie fondamentali, in particolare su quella di “fondamento”. La filosofia classica pensa che tutto ciò che esiste abbia una causa, un principio che lo “fondi” o giustifichi.
Heidegger ripensa allora il concetto di esserci (cioè l’esistenza umana) come un progetto, un’apertura verso un orizzonte in cui le cose assumono significato. In questo senso, l’esserci sembrava il fondamento di tutto: tutto ha senso solo in relazione ai progetti dell’essere umano.
Tuttavia, l’esserci è un fondamento “in-fondato”: è un “progetto gettato”, cioè qualcosa di aperto ma anche dato passivamente, non creato da noi. L’essere umano può fondare il mondo solo in relazione a questa apertura, ma non è lui a far nascere questa apertura.
Quindi, per Heidegger, questa apertura — che chiama essere-nel-mondo — appartiene all’essere stesso, che è trascendente e distinto dagli enti. È l’essere che “istituisce” questa apertura, non l’uomo.
Con la svolta nel pensiero di Heidegger, l’attenzione si sposta dall’uomo all’essere. L’uomo non è più il centro assoluto, e per questo si parla di un “antiumanismo”: l’uomo non è più un creatore libero e assoluto del senso, ma partecipa a un processo più grande che riguarda l’essere stesso.
È l’essere che “getta” il progetto dell’esistenza (cioè apre il mondo), anche se è solo attraverso l’uomo che questo progetto si realizza e si apre. Heidegger descrive questo come un rapporto di espropriazione-appropriazione: l’uomo dipende dall’essere (che lo “getta” nel mondo), ma anche l’essere ha bisogno dell’uomo per manifestarsi.
L’essere è trascendente, cioè non può essere definito o conosciuto come un oggetto qualsiasi. Per questo Heidegger usa allusioni e metafore per parlarne: lo descrive come “illuminazione” (fa vedere gli enti), come “orizzonte” (la totalità che dà senso alle cose), come “apertura” (dove uomo e cose sono collegati), e come “evento” (qualcosa che fa accadere il mondo e cambia la storia).
Heidegger approfondisce il tema della tecnica, che per lui è il punto estremo della filosofia metafisica occidentale. La tecnica è il modo in cui oggi l’essere si manifesta: l’uomo contemporaneo vede le cose soprattutto come strumenti da usare.
Secondo Heidegger, la filosofia ha sempre cercato di dominare e controllare il mondo, e la tecnica è lo strumento più potente per farlo, soprattutto insieme alla scienza moderna. Questo porta a vedere tutto come una grande macchina, dove tutto è spiegabile con cause e mezzi, senza spazio per il mistero o per i valori.
L’uomo si trova così intrappolato in una visione che punta solo al dominio e all’efficienza, senza chiedersi perché o per cosa agisce. Questo è un oblio dell’essere: si dimentica che dietro le cose c’è qualcosa di più profondo.
Tuttavia, questo non è colpa dell’uomo: questa situazione “accade” perché è una modalità con cui l’essere stesso si mostra oggi, in modo radicale. La storia della metafisica è la storia di questo nascondimento progressivo dell’essere.
Secondo Heidegger, l’epoca della metafisica sta finendo, e insieme alla fine della tecnica così come la conosciamo, può aprirsi una nuova fase, una via di salvezza post-metafisica.
Nell’epoca del nichilismo, che Heidegger chiama “tempo degli dei che fuggono” e “povertà del mondo”, l’uomo è caduto nel nulla: ha perso i valori e la vita sembra vuota, dominata dalla tecnica e dalla manipolazione delle cose.
La ragione e la filosofia non ci possono aiutare, perché sono state proprio loro a creare questo smarrimento. Heidegger suggerisce invece di rivolgersi alla poesia, perché i poeti come Hölderlin hanno già attraversato questo cammino e possono mostrarci la via.
Secondo Heidegger, dobbiamo accettare e vivere fino in fondo questo nulla, perché è proprio nel nulla che può tornare a mostrarsi l’essere vero, quello sacro, eterno e misterioso, che non si riduce a cose o concetti.
L’essere che si rivela dal nulla è quello cantato dai poeti, non quello spezzettato o definito dai filosofi o teologi. È l’essere nella sua totalità, come la natura non dominata dalla tecnica, fonte di vita e di mistero.
Per capire il ruolo della POESIA nell’ultimo Heidegger, bisogna considerare la sua idea di OPERA D'ARTE.
Nel suo pensiero, l’essere è un evento storico che apre nuovi modi di vedere il mondo. L’uomo non crea da solo questi orizzonti, ma partecipa alla loro nascita, soprattutto attraverso l’arte.
L’opera d’arte non è un oggetto comune: non serve solo a qualcosa, ma crea una nuova visione del mondo, un nuovo significato per tutte le cose. Mostra aspetti nascosti della realtà e non si esaurisce mai in un unico significato. È sempre aperta a nuove interpretazioni.
Heidegger parla di un contrasto tra "mondo" (ciò che l’opera rende visibile) e "terra" (ciò che resta misterioso e nascosto). Questo mistero è fondamentale: l’artista non è il padrone della verità, ma è uno strumento attraverso cui la verità si manifesta.
Questa visione è opposta alla metafisica, che cercava di spiegare tutto in modo chiaro e razionale, eliminando il mistero.
Per Heidegger, "andare alle cose" non significa solo osservare la realtà, come nella fenomenologia tradizionale, ma avvicinarsi al LINGUAGGIO, perché è nel linguaggio che si manifesta l'essere.
Il pensiero, quindi, diventa un pensare sul linguaggio, un ascolto dei significati nascosti nelle parole. Per questo Heidegger dà molta importanza all’etimologia, che aiuta a riscoprire il senso profondo e originario delle parole. La storia delle parole è anche la storia del mostrarsi e del nascondersi dell’essere.
Avvicinarsi al linguaggio significa ascoltare il richiamo dell’essere, un processo continuo e misterioso, legato anche al silenzio e al non-detto da cui ogni parola nasce.
In questo processo di interpretazione, l’essere si manifesta come evento: non è qualcosa di fisso o di divino, ma qualcosa che accade attraverso l’uomo e la sua parola. L’essere non è Dio, né un fondamento assoluto: è il mistero da cui ogni significato proviene.
Solo i poeti possono ancora cogliere questa dimensione profonda, che Heidegger chiama “il sacro” o “il nulla”. Si tratta di una riserva infinita di senso (la "terra", come nell’opera d’arte) che non può essere spiegata del tutto.
Per questo l’uomo deve farsi “custode” dell’essere, deve ascoltarlo e prendersene cura con un pensiero vicino alla poesia, capace di dire la verità senza chiuderla in concetti rigidi. Pensare, per Heidegger, è poeticamente abitare il mondo, nel rispetto del mistero e della profondità dell’essere.
Rifiuta l’ambiente accademico e preferisce vivere la filosofia nei luoghi pubblici, come caffè e strade di Parigi, in particolare nel quartiere di Saint-Germain-des-Prés, simbolo della cultura esistenzialista.
È stato un intellettuale molto influente, impegnato anche in battaglie politiche contro imperialismo, colonialismo e conformismo. In dialogo con Simone de Beauvoir, ha anche sostenuto il femminismo.
Oltre a opere filosofiche come “L’essere e il nulla” (1943), ha scritto anche opere letterarie di successo, come i racconti de “Il muro” (1939) e il romanzo “La nausea” (1938).
SARTRE E L'ESISTENZIALISMO COME UMANISMO
Nel suo libro “L’essere e il nulla”, Sartre si pone domande tipiche dell’esistenzialismo, come: "che cos’è l’essere?" e "che cos’è l’uomo?".
Partendo dall’analisi della coscienza, afferma che la coscienza è sempre rivolta a qualcosa fuori di sé. Non è un oggetto tra gli altri, ma è attiva, consapevole, e si costruisce da sola.
Sartre distingue due modi di essere:
ESSERE-IN-SÈ: è l’essere delle cose, che sono fisse, inconsapevoli, semplicemente presenti.
ESSERE-PER-SÈ: è l’essere della coscienza, che è libera, consapevole e capace di cambiare.
La coscienza, per Sartre, è libertà: può superare la realtà così com’è, darle nuovi significati e immaginare progetti futuri. Per questo dice che la coscienza è “nulla”, perché può rifiutare (o “nullificare”) ciò che esiste e creare nuove possibilità.
Per Sartre, la libertà dell’uomo non è una condizione felice, ma un peso difficile da sopportare. L’uomo è “condannato a essere libero”: non sceglie di esserlo, ma lo è per natura, e questo lo espone continuamente al rischio di sbagliare.
Nel saggio “L’esistenzialismo è un umanismo”, Sartre afferma che, senza Dio e senza verità assolute, l’uomo non ha più valori predefiniti. Deve quindi crearli da solo, dare un senso alla propria vita attraverso le scelte che compie.
Per Sartre, “l’esistenza precede l’essenza”: l’uomo non è nulla in partenza, ma diventa ciò che sceglie di essere. La sua identità è costruita con le sue azioni.
Questa libertà totale comporta una grande responsabilità: siamo responsabili di noi stessi, del mondo in cui viviamo e dei valori che scegliamo. Da qui nascono angoscia e disperazione, perché siamo soli di fronte all’infinità delle possibilità e obbligati a scegliere continuamente.
Per Sartre, l’uomo è sempre responsabile, anche per eventi che sembrano fuori dal suo controllo. Ad esempio, se partecipa a una guerra, quella guerra diventa "sua", perché ha scelto di parteciparvi e poteva anche rifiutarsi. Lo stesso vale per la nascita: anche se non l’ha scelta, l’uomo è responsabile di come vive la propria esistenza.
Questa responsabilità totale è parte della libertà umana, ma è anche una condanna, come una prigione da cui non si può fuggire.
Sartre descrive bene questo sentimento nel suo romanzo "La nausea": il protagonista Roquentin si sente estraneo al mondo, prova disagio e nausea per l’assurdità delle cose, che esistono senza un senso. Nulla ha un significato stabile: tutto sembra gratuito, superfluo. L’uomo si scopre solo e senza fondamento, ma proprio per questo deve essere lui stesso a dare senso al mondo.
Per il filosofo gli altri non sono solo cose o strumenti da usare, perché anche loro hanno una coscienza e quindi sono esseri liberi, proprio come noi. Ma proprio per questo nasce un conflitto inevitabile: ogni persona tende a usare gli altri come oggetti per realizzare i propri scopi, annullando la loro libertà.
Questo si manifesta nel modo più evidente attraverso lo sguardo:
quando qualcuno mi guarda, io mi sento oggetto del suo giudizio e perdo la mia libertà. Questo provoca vergogna, perché mi accorgo di essere visto, giudicato, spogliato nel mio essere. Sartre paragona questo alla vergogna di Adamo ed Eva: ci si sente “nudi” davanti all’altro.
Lo sguardo dell’altro è quindi una forma di potere su di me, ma è anche un mezzo attraverso cui prendo coscienza di me stesso. Tuttavia, questa consapevolezza è dolorosa, perché mi fa sentire alienato, cioè separato da me stesso.
Per questo, nella famosa frase “L’inferno sono gli altri” (dalla pièce A porte chiuse), Sartre esprime l’idea che gli altri possono rendere la nostra vita insopportabile. Ma non perché dobbiamo evitarli: al contrario, gli altri sono necessari per conoscerci, anche se ci mettono in crisi. La relazione con l’altro è sempre un equilibrio difficile tra libertà, giudizio, conflitto e bisogno reciproco.
SINTESI TRA ESISTENZIALISMO E MARXISMO
Nel dopoguerra, Sartre si avvicina al marxismo, cercando di unire le sue idee esistenzialiste con quelle della lotta di classe, ma senza accettare il marxismo rigido e determinista dell’Unione Sovietica. Per lui, l’individuo resta sempre centrale: è libero e responsabile, e le sue scelte influenzano la storia e la rivoluzione.
Nella sua opera Critica della ragione dialettica (1960), Sartre mostra che la storia nasce dalle azioni libere degli uomini, ma avverte un pericolo: le persone possono diventare “cose” (reificate), sia nel capitalismo (ad esempio nella catena di montaggio), sia dopo una rivoluzione, se si impone un potere burocratico (come nel regime di Stalin).
Sartre distingue due forme di organizzazione sociale:
IL GRUPPO: unito, attivo, in cui le persone collaborano liberamente per uno scopo comune (es. combattere un nemico).
LA SERIE: insieme di individui isolati, chiusi nella propria solitudine, tipico della società borghese e alienata.
Dopo una rivoluzione, il gruppo rischia di tornare serie, se prevale la disciplina cieca e si perde la libertà. Per evitare questo, il gruppo deve restare vigile e rinnovare continuamente la propria libertà, per non creare una nuova società oppressiva.
Commenti
Posta un commento